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Il cappotto perfetto esiste?
Trendcrossing
19 gennaio 2018
Davanti ai dubbi amletici che non trovano mai risposta, la cosa migliore da fare è applicare il metodo empirico e sperimentare, per capire quale forma ci dona di più…
Ricordo ancora come un incubo il famigerato “cappotto della domenica” che mi facevano indossare da bambina. Era di un tristissimo color marrone, di una lana rigida e ruvida come la carta vetrata, e non si abbinava con nessun capo del mio guardaroba da maschiaccio, tantomeno con la mia personalità.

Sarà per questo trauma infantile che ho sempre evitato i cappotti come la peste bubbonica, associandoli sempre ad un fastidioso e psicosomatico prurito.

Quando mi sono liberata dei pregiudizi e ho fatto pace con il cappotto ero abbstanza grande da capire che la cosa migliore da fare era applicare il metodo empirico e sperimentare, per capire quale forma mi donava di più.

Come mi succede sempre, un esperimento tira l’altro ed ho finito per accumulare una piccola collezione di cappotti: si spazia dalla linea avvitata modello redingote, al cappottino dritto e lineare, al peacoat, a quello destrutturato di maglia, passando per lo sportivissimo cappotto-piumino, per approdare al modello anni sessanta con maniche frou-frou.

Cappotto bianco Giuntini
Como Lake
“Ho sempre visto il cappotto più come un abito pesante, che come un capo spalla. Non importa cosa c’è sotto, quando si indossa un cappotto tutto il resto deve passare in secondo piano, anche gli accessori. Scegliere un cappotto è come scegliere un vestito.”
E allora non resta che prendere in esame le proprie forme e scegliere un modello che le valorizza al massimo!

Siete morbide e burrose? Non scegliete linee oversize, ma piuttosto qualcosa che sottolinei le vostre forme senza stringere. Meglio un cappotto delicatamente avvitato, oppure diritto, che una linea a sacco, che rischia di ingoffarvi.

Al contrario se siete piuttosto magre e magari anche alte, vi doneranno di più le linee dritte, i colori accesi e persino le fantasie plaid, che poche possono permettersi senza sembrare un divano.
Su di me non vedo molto né il cappotto oversize lungo e diritto e nemmeno quello a vestaglia, due modelli che invece mi piacciono molto sulle donne alte e magre.
Io prediligo i cappotti che non oltrepassano il ginocchio perché sono più versatili e adatti al mio stile sportivo, perfetti anche con i jeans e gli outfit da tutti-i-giorni.

Però il mio alter-ego romantico mi fa sognare di tanto in tanto anche qualcosa di più femminile e magari anche un po’ pazzerello, come il cappottino di Desigual o quello rosa di Think Chic, con tanto di maniche 3/4 e ruches.

Un pizzico di storia
Nei primi anni dell’Ottocento, il Corriere delle Dame presenta la Doglietta, un cappotto a vestaglia in tessuti pregiati spesso doppiati con imbottiture o pelliccia. Dopo questo modello è un’esplosione di varianti: lo spolverino (paltò utilizzato nelle autovetture per proteggere gli abiti dalla polvere); il cappotto a cosacca (ispirato alle uniformi dei soldati russi e poi ripreso da Yves Saint Laurent in una famosa collezione del 1976); i modelli anni Venti (con spalle scivolate) e quelli più squadrati degli anni Quaranta (realizzati con materiali di fortuna durante la Seconda Guerra Mondiale), i manteux del New Look di Christian Dior; i mini cappotti di Courrèges di fine anni Sessanta.
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